Esperigita a Cologno Monzese

Sabato 6 maggio, l’Associazione Mi-Xp ha fatto un’esperigita a Cologno Monzese, in collaborazione con la Pro Loco e con il patrocinio dell’Amministrazione Comunale. Pioggia torrenziale a parte, è stata una bella esperienza. 

Pillole di storia  di Cologno Monzese e curiosità

Durante il percorso, è stato fatto cenno a qualche elemento della storia locale, integrato dai ricordi di vecchi abitanti del posto, come sempre.

Fondazione

  1. Origine romana
  2. Qualcuno l’attribuiva agli Etruschi, ma ipotesi ormai tramontata
  3. Probabilmente, fu fondata dopo la battaglia di Clastidium (Casteggio), con cui i Romani sottomisero i Celti e presero Milano (222 aC)
  4. Terre confiscate ai Celti sconfitti venivano date ai soldati romani
  5. Primo nome di Cologno: Coloniae Vicus. La romanità è provata proprio dalla parola Coloniae
  6. In zona San Maurizio, sono state trovate delle iscrizioni romane

 Via Dall’Acqua

  1. I Dall’Acqua erano originari della Valtellina e avevano castelli in tutto il Nord Italia
  2. Nel 1887 il dottor Carlo Dall’Acqua vendette al Comune di Cologno un appezzamento di terreno su cui venne costruita una strada, che è appunto via Dall’Acqua.

Via Piave

  1. Il 13 settembre 1922 in questa via nacque Sergio Radaelli, direttore d’orchestra, autore e compositore
  2. Di professione, faceva il meccanico
  3. Scrisse dei tanghi (Tahoma, Amore mio), un pezzo melodico (Arcobaleno) e altro

Corso Roma

Dove adesso c’è Millepiedi, prima c’era il cinema Odeon, ma nei secoli passati c’era un cimitero. Era poco rispettato perché la gente ci passava per fare prima, anche con gli animali. Un altro cimitero era in via Bolzano, dove c’era il Lazzaretto. Ancora oggi c’è una cappella con la Madonna.

Piazza XI febbraio

  1. Il toponimo si riferisce alla firma dei Patti Lateranensi del 1929
  2. Cologno fu il primo comune in Italia a dedicare una strada a questo evento

Via Indipendenza

C’era una libreria in una laterale vicino a chiesa, la Libreria Celes

  1. Fondata da una cooperativa di studenti e insegnanti nel 1976
  2. Nel 1976 la spesa nazionale per i libri era di 19.000 lire, a Cologno di 4000 lire
  3. Era succursale del Touring Club

San Marco e Gregorio

  1. Parrocchia dal 1578
  2. Nel 1572 ricevette la visita di San Carlo Borromeo
  3. La chiesa vecchia è del 17mo secolo
  4. La chiesa nuova è stata consacrata nel 1978 dal Cardinal Colombo
  5. Contiene un organo del 1776
  6. Fino al 1588, il tabernacolo della chiesa vecchia non conteneva le ostie consacrate perché mancava un prete che risiedeva lì
  7. Nel 1977, la Sovraintendenza delle Belle Arti salvò la chiesa vecchia dalla demolizione

Piazza Castello

  1. Nel Nono secolo, il Monastero di S. Ambrogio di Milano prese possesso delle terre di Cologno Monzese
  2. Lo fece a discapito della famiglia longobarda dei Leopegidi
  3. Retaggio di questo dominio è il pastorale nella parte sinistra dello stemma di Cologno Monzese
  4. Si ha una prima notizia del Castrum (castello difensivo) di Cologno nel 943, ma è plausibile che fosse antecedente, probabilmente del 923 circa (Dopo la caduta dell’Impero Carolingio, c’era la necessità di difendersi dalle invasioni di popolazioni straniere come gli Ungari)
  5. I monaci di S. Ambrogio erano i feudatari di Cologno e volevano essere pagati dagli abitanti per la costruzione del castello
  6. Un retaggio di questo castello è la torre guelfa che è nella parte destra dello stemma di Cologno
  7. il castello, forse, sorgeva proprio in piazza castello, dove ora c’è la vecchia Filanda, ma non ne abbiamo una certezza assoluta
  8. Fino al 1590, il monastero di S. Ambrogio di Milano aveva il potere di nominare il podestà di Cologno

Stemma di Cologno Monzese

  1. Oltre a quello detto prima, i colori verde e oro si devono alla nobile famiglia dei Trivulzio
  2. Lo stemma fu ottenuto il 1 settembre 1969, per decreto del Presidente della Repubblica

Filanda

La presenza abbondante di acqua, favorì la coltivazione di molte piante, tra cui i gelsi. I gelsi favorirono l’allevamento dei bachi da seta e la conseguente nascita dell’industria tessile. Le famiglie tenevano in caldo le uova dei bachi sotto i materassi

Villa Casati

  1. Come la vediamo oggi, è dell’inizio dell’Ottocento. Si fecero lavori su nucleo del 16mo secolo
  2. I Casati ne divennero padroni proprio all’inizio del 19mo secolo
  3. Scalone del 16mo secolo
  4. Nucleo medievale scomparso.
  5. I Casati erano una famiglia nobile milanese di origine longobarda. Se ne fa menzione nel 1277 e alla fine del 18secolo con Gaspare, suocero di Federico Confalonieri, patriota, e padre di Gabrio Casati, podestà di Milano e presidente del Consiglio. Nel 1873, Gabrio ottenne per sé e per i suoi eredi l’iscrizione sabauda FERT ( Fortitudo Eius Rhodum Tenuit), il mOtto di casa Savoia.
  6. Affreschi del 1673
  7. Luigi Agostino Casati, figlio di Gabrio, fu sindaco di Cologno e Senatore del Regno e anche il figlio di Luigi Agostino, Gabrio, fu sindaco di Cologno.
  8. Questo ramo dei Casati si è estinto: nel 1891, Anna Casati a Cologno sposò il marchese Visconti di San Vito.
  9. Secondo lo storico Corio, un Casati fondò Casate (Lc)

Piazza Mentana

Villa Sormani o Sormani Andreani

  1. I sormani, un’antica famiglia nobile originaria di Sormano, vennero a Milano nel 15mo secolo
  2. La loro presenza a Cologno è testimoniata alla fine del 18mo secolo
  3. Presero possesso del palazzo, succedendo agli Andreani
  4. Sono imparentati coi Sormani della Biblioteca Sormani
  5. Nel 1768 un ramo dei Casati si estinse a favore dei Sormani-Andreani, che assunsero lo stemma della famiglia estinta.
  6. Villa già presente nel 15mo secolo
  7. Nel 16mo secolo era degli Andreani, che le diedero un aspetto elegante.

Casa Biraga o Arosio

  1. Risale al 16mo secolo
  2. Era della nobile famiglia Birago, che abitava a Milano
  3. Ampliamento in stile neoclassico è della prima metà del 19mo secolo.

Attività commerciali

Selleria 

Abbiamo visitato l’Antica Selleria Ortolina di via Milano. Il proprietario, molto disponibile, ci ha portato in un retrobottega e ci ha fatto vedere strumenti e operazioni inerenti al taglio del cuoio, alla sellatura dei cavalli e così via. Ci ha mostrato vecchie foto virato seppia del negozio, padre, il fondatore, e di altre persone legate a loro. Ci ha raccontato la storia del negozio. Ci ha parlato della povertà di un tempo e dell’usanza di pagare con generi alimentari parte dei contadini.

Cartoleria Breda

Abbiamo chiuso questa esperigita nella Cartoleria Breda di Corso Roma e con le parole della sua titolare Antonia.

 

 

Evento “Da Candido”: breve resoconto

A una settimana dall’evento del 16 dicembre “Cenando, ascoltando, raccontando”, che si è tenuto alla Trattoria Da Candido, in via Murat 72, scriviamo questo post. Come prima cosa, l’Associazione Mi-Xp vuole ringraziare chi era presente come Alessia Casellato e rinnovare il dispiacere per chi non c’era.

Letture su Milano

Abbiamo letto brani su Milano, tratti da libri di Aldo Nove e di Igin(i)o Ugo (ma io l’ho sempre detto invertito. Bah) Tarchetti. Il piatto forte della serata è stato però costituito dalle testimonianze dell’”oste”, Candido, appunto.

La storie di Candido

Ci ha detto di essere subentrato da una quarantina d’anni e di aver introdotto la ristorazione in un posto che prima vendeva solo il vino. La gente si portava il mangiare e lo consumava lì. Ci ha spiegato che ci andavano soprattutto i carrettieri e che quella era una zona di carrettieri. Ci ha raccontato storie di fascisti e di reduci dell’Armir avventori del locale. Ci ha parlato di musicisti disegnatori di vignette. Ci ha parlato di una signora che ha concesso un terreno a patto che venisse edificata una chiesa protestante. Abbiamo saputo che un bar della via era frequentato da Vallanzasca. Dulcis in fundo, ci ha rivelato che la sua trattoria era frequentato da Maurizia Paradiso e che lì ha anche girato delle cose. Ci ha fatto scendere in esclusiva un locale sotterraneo dove a volte fanno feste ed eventi.

 

Resoconto del tour San Luigi e Gamboloita

Sabato 11 aprile si è svolto il tour dei quartieri San Luigi e Gamboloita, lambendo Corvetto e Bonomelli. Ritrovo alle 17.30 alla fermata di Brenta e risalita di Corso Lodi in direzione Piazza Lodi, ricordando che in epoca romana era la strada diretta a Piacenza, che nel medioevo era trafficata da eserciti e da gente diretta nei luoghi d’imbarco per la Terra Santa, che nel Ventennio fu ribattezzata Corso 28 ottobre e che ora è un pezzo urbano della via Emilia. In precedenza, era stata fornita l’etimologia di Gamboloita: contrazione di Gambalavita, nome di una cascina ora demolita, che era situata all’angolo tra corso Lodi e, appunto, via Gamboloita.

Prima di entrare in San Luigi, si è avuto modo di ammirare le Torri Mangoni. Dopo qualche cenno alla storia e al modo in cui ora viene vissuta, è stata la volta delle testimonianze dirette: la cartoleria Bonvini con le sue macchine, i suoi caratteri di piombo, le sue stanze vintage, di cui una direttamente dall’Expo del 1906, i suoi rulli di melassa e colla; la vineria “El canton de San Luis” con il vino sfuso, di cui i proprietari hanno offerto un assaggio, il nuovo metodo di conservazione sotto vuoto, le foto delle campane e del Redefossi; l’Acli, dove si è ricordato che un tempo in zona erano presenti tante fabbrichette, che il ponte della ferrovia era aperto e tramite di esso via Nervesa era raggiungibile più facilmente, ma è stato chiuso dopo un furto, e che esistevano condomini orizzontali. Negli ultimi due posti si è sentito parlare un po’ di milanese. A proposito di condomini orizzontali, è stato fatto accenno a quello di via Barzoni e a proposito di fabbriche, era d’uopo parlare della T.I.B.B., Tecnomasio Italiano Brown Broveri.

Direzione Cristo di via San Dionigi, davanti al quale abbiamo raccontato la sua storia, su cui si tornerà in post in un futuro prossimo, cenno alla chiesa rossa della zona, ricordando che contiene una copia di Rembrandt. Chiusura alla Trattoria La Fontana con i suoi alberi e la sua pista di bocce retro.

 

Massimiliano Priore

Sbarco a Redhook

 

Ci sono soddisfazioni che restano bene impresse  nella memoria.

Una di queste è per Redstarline senza dubbio la scoperta di Redhook, un quartiere di New York molto particolare che non ha nulla a che fare con la classica fotografia periferica della grande mela.  Si direbbe che quasi fino a ieri come quartiere non esisteva nemmeno dal momento che sin dai primi anni del ‘900 quest’area era considerata un grande deposito di merci che arrivavano con navi cariche di container arrugginiti.

Redhook è lo storico porto mercantile della megalopoli magica, un luogo che ancora oggi sa di leggende marinare e sudore operaio, sui muri rossi delle sue vecchie officine ci sono ancora le  impronte delle mani sporche da scaricatore. Questo agglomerato di fornaci, case tirate su in modo raffazzonato e palafitte galleggianti che si raccoglie tra il Valentino Pier e Van Brunt Street ha un fascino molto industrial ed artistoide allo stesso tempo; qui in Italia  ne sentiremo sicuramente parlare tra dieci anni quando gli hipsters lasceranno Williamsbourg per andare più a sud.

Vi portiamo il tour di Redhook tratto dal nostro blog:

SPECIALE NYC – ROTTA PER: RED HOOK, CULLA E O…

SPECIALE NYC – ROTTA PER: RED HOOK, CULLA E ORGOGL…

Arlo Skocir

Saba Coyle 3

 

Ricordo venni colpito da un quadro appeso in un angolo raffigurante un Buddha in un immagine dell’800, al centro della sala un tavolo in noce quasi decrepito con su appoggiato un antico vaso esotico e dietro sbucava una poltrona che ricordava quella di un Re Sole decaduto; guardando il pavimento notai i numerosi libri vecchissimi sparsi qua e là e su uno di questi poggiava un teschio ,forse umano, di colore grigiastro. Lei si chiamava Saba Coyle e faceva la cartomante di professione ma era anche esperta di astrologia, astronomia, magia nera, riti orishas e di tant’altro ancora. Mi disse disse di lei poche cose ancora, della sua vita personale non mi parlò tranne accennarmi che era arrivata a Milano quando aveva 12 anni, che suo padre era irlandese e la madre etiope.  A un tratto prese uno dei sui libri, un tomo di colore marrone scuro quasi nero per l’età, le pagine erano mezze strappate ma si poteva leggere con un po’ di sforzo la scrittura minuscola in caratteri antichissimi. Dicendomi questa frase mi congedò: “La rugiada scende e si posa dove capita, può rendere fresca e bellissima anche una figura rovinata, devastata e calpestata. Tu puoi ridare vita anche a una leggenda che ormai è dimenticata nelle fogne della memoria, tieni, ..va’ via!”.

Guardai il libro era intitolato “Theorie de la croix marquée par le Grand Magicien”…. verrai destino, un giorno verrai e saprai dove trovarmi, nel punto in cui mi troverò a invertire il percorso; maledetto, ora ti metto un altro vestito.

Arlo Skocir

 

 

Appuntamento con tasti d’epoca

Eccoci qui, di nuovo sul campo di battaglia e cioè Milano con la sua periferia piena di storie da raccontare e di passioni che nascono in mezzo ai muri grigi delle fabbriche. Una delle passioni principali della nostra redazione è andare a cercare tutte quelle realtà apparentemente ignorate ma preziosissime nel tessuto sociale e culturale della città; realtà che si muovono nell’ombra ma che profumano di storia antica, di vita vissuta e di sudore rincorrendo un’utopia di conservazione e della trasmissione. Nelle nostre ricerche non potevamo trascurare il fascino del bellissimo Museo della Macchina da Scrivere di Via Menabrea (MM Maciachini)e fare quattro chiacchiere con Umberto Di Donato, presidente dell’associazione che lo gestisce e suo vero ideatore.

I nostri due redattori Guglielmo Mapri e Arlo Skocir hanno conversato tranquillamente nell’aula centrale del museo davanti all’antica scrivania in legno del presidente.

GS: Bene signor Di Donato, innanzitutto vediamo se abbiamo qualcosa in comune.  In quello che fate avete obiettivi mirati all’interesse conoscitivo?

UD: Sì, mi sto sforzando di fare esposizioni itineranti per farmi conoscere, ma non ho ancora avuto il permesso dal Comune per indicazioni su come accedere alla rete dell’Expo. Ho l’obiettivo di farmeli avere , ci siamo quasi!!

AS: Quali sono i vostri principi fondatori?

UD: Conservare il ricordo di questo strumento, conservare la memoria dell’uso privato che se ne è fatto. Mi piace che lo strumento sia stato utilizzato per la promozione e la divulgazione culturale.

AS: Quali aspetti del passato vi piace ricordare con le vecchie macchine da scrivere?

UD: La storia della scrittura in tutto il suo percorso, dall’uso del torchio nel 1450 alla fusione dei metalli, da Guttemberg in poi.

AS: Che cosa significa per voi la raccolta e la conservazione di oggetti del passato?

UD: Il piacere di far conoscere il passaggio della scrittura manuale alla scrittura da lettera a chi non ci è passato.

GM: Che cosa ci dice a proposito della Macchina di Francesco Giuseppe?

UD: E’ una Remington che mi è stata concessa da un tecnico austiaco, un certo Wagner. L’episodio è andato così, con la macchina avevo bisogno anche del brevetto di funzionamento ma il suo capo si è rifiutato di darmelo; alla fine me lo ha venduto con la dedica al re.

GM: Perché la lettera 22 di Montanelli è così importante per i giornalisti?

UD: Era il 1950 ed è lui stesso che l’ha resa famosa in quella foto. Quasi un simbolo di comodità e di praticità, era infatti uno di primi modelli Olivetti, basso, comodo e manuale.

AS: Quanto vi ha ispirato e quanto vi ispira la città di Milano nella vostra attività?

UD: Per me rappresenta il terreno ideale che mi permette di tramandare ai più giovani un messaggio di conquista sociale e professionale. Questo strumento mi consentì di essere il favorito tra tanti, venni a Milano con il diploma per un colloquio con la Banca D’Italia in Piazza della Scala e mi scelsero proprio per la mia conoscenza dell’uso della macchina.

GM: Oggi le macchine hanno ancora un mercato tra gli addetti ai lavori della scrittura e della comunicazione o sono solo oggetti vintage per collezionisti?

UD: Non hanno mercato, oggi sono solo oggetti di archeologia industriale.

AS: Immaginando di essere uno scrittore quale romanzo storico le piacerebbe aver scritto con la macchina da scrivere? Con quale?

Senza dubbio George Simenon con la sua Royal del 1955 che scriveva da solo per gli americani in una tenda nel campo di battaglia!! Pensate che anch’io ho scritto in guerra, ero segretario del comandante e dopo 50 anni ho ritrovato le cartelle sulle quali ho scritto e le ho pubblicate nel libro “Il tasto magico”.

GM e AS: Bene signor Di Donato, ora veniamo al dunque. Come lei sa noi ci occupiamo anche di Belgio, voi siete andati in trasferta in Belgio vero? Cosa vi lega a quella terra?

Siamo andati lì per fare onore al gran numero di minatori italiani d’un tempo. Siamo stati a Liegi ed a Saint Nicholas dove ci sono ancora anziani che lavorarono in miniera, abbiamo conversato con loro. A Saint Nicholas in particolare siamo stati ospitati in uno spazio esposizioni ricavato nelle grotte dell’ex miniera dove lavoravano gli italiani; lo abbiamo allestito con alcuni vecchi modelli di macchine che abbiamo portato da Milano. In questo posto tutti i figli degli immigrati italiani dell’epoca hanno voluto fare una dedica ai loro padri sul libro da noi pubblicato.

GM e AS: Davvero interessante signor Di donato, complimenti per il suo impegno e grazie della collaborazione.

Grazie a voi, arrivederci!!

Museo Macchina da Scrivere –

Via G.F. Menabrea, 10
Milano
MI
Lombardia
20159

 

Saba Coyle 2

 

Appena imboccata la grande via sulla destra mi colpì quasi inaspettatamente il suo profilo immobile che mi aspettava sotto un tunnel quadrangolare quasi sembrando un fantasma pronto ad agitarsi nella sua recita drammatica. Solo quando le giunsi a pochi metri di distanza mi resi conto del fascino singolare e per nulla scontato che l’avvolgeva, aveva lunghi boccoli castani chiari quasi sul rosso, il viso tondo e la carnagione color cacao; pian piano una forte sensualità si rivelava a me attraverso le sue labbra carnose e gli occhi verdissimi. Mi disse : “Mi chiamo Saba” mentre mi puntava addosso uno sguardo magnetico e indagatore che non mi permetteva di osservare bene il suo portamento e mi teneva bloccato ed immobile come un manichino. Dopo alcuni minuti di silenzio esclamò ” Tu sei figlio della rugiada, … vieni qui tra due giorni, fatti trovare alle due di notte”, il suo accento era strano nel pronunciare quelle frasi in italiano, sembrava quasi straniero ma non avevo idea di quale provenienza potesse essere. Solo quando si voltò di colpo per svanire in fretta nella nebbia ebbi l’occasione di notare il suo abbigliamento molto originale: una giacca in velluto marrone ed una sciarpa indiana nascondevano il lungo vestito floreale che copriva le gambe in una gonna colorata e retrò. Due notti dopo ritornai nello stesso punto dove ci eravamo fermati, era buio e la viuzza che incominciava dopo la piccola galleria era illuminata dai pochi lampioni la cui luce si scontrava con il muro grigio di un altra notte nebbiosa. Improvvisamente comparve dal nulla afferrandomi frettolosamente la mano.

Iniziammo a correre in Via della Boscaiola, una via stretta e buia, una specie di solco profondo in mezzo alle corti e i magazzini della periferia; tutto era schiacciato su di noi , come se lo spazio non concedesse respiro a nessun altro e che ci chiudesse attorno tutto il suo mistero. Ci fermammo per un istante in cui solo all’ora capii che età potesse avere, era una donna matura sui 45 anni.  Appena un attimo dopo mi prese le mani e le pose sul suo seno imponente e poi mi baciò con ardore; facemmo l’amore in piedi addosso al muro nel silenzio invadente della viuzza e sotto quella coperta di vapore costante. Ero frastornato e non sapevo cosa pensare, in me una sensazione di piacere voluttuoso si mescolava all’evanescenza e all’insicurezza di quella situazione trascinante che mi soffocava con tutto il suo intrigo. Ormai si erano fatte le quattro di notte, in quel vortice di sogno e voracità non mi ero assolutamente reso conto del passare del tempo, rimasi ancora immobile in attesa di un suo gesto o di una qualche sua parola che sapesse vagamente di spiegazione.

Dopo poco mi prese ancora la mano e mi portò davanti ad una piccola porta al centro di un muretto giallo che crea una piccola curva della viuzza. Entrammo e salimmo le scale in un passaggio buio e stretto fino ad arrivare nel suo appartamento; ci misi un po’ a capire dov’ero finito quando vidi all’interno della stanza mobili vecchissimi ed impolverati con su statue di gesso colorate e con la testa di drago, sulle pareti amuleti Maya ed Orishas oltre a collane di nera pietra rotonda appese ai chiodi.     (Continua)

Arlo Skocir

 Prima parte

Exposong

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Exposong è la canzone per l’Expo composta da Isabella Musacchia, la blogger di Onalim, e da Pablo Ciallella, autore della musica e  ideatore del ritornello “expopopopexpo”. E’ una delle alternative all’inno ufficiale, Le ali del sorriso, composto da Morricone e cantata da Bocelli. Con tutto il rispetto, soprattutto per l’autore, ci domandiamo se non ci fosse qualcuno di più legato a Milano da scegliere. 

Excursus

Escludendo gli alfieri della milanesità come Teka P, Ligera 73, Svampa,  Fo (quest’ultimo anche per motivi politici), si sarebbe potuto optare per un cantante milanese di respiro nazionale.  Milano deve rappresentare sì l’Italia, ma lo deve fare con le sue peculiarità. Lo si sarebbe scritto per ogni città, in quanto ogni città ha la propria unicità che non deve essere messa da parte a favore di una nazionalpopolarità probabilmente fittizia, di cui il tenore toscano è un rappresentante. Allora chi? Elio e le storie tese sono gli eredi della tradizione jannacciana perché ironici e surreali, ma poco istituzionali (anche se su questo punto si potrebbe discutere) e a rischio irriverenza. Banda di via Padova? Perfetti grazie alla provenienza da Paesi diverse in grado di dare un immagine di una Milano internazionale e accogliente, qual è nel suo lato migliore. Buoni anche Finardi e Folco Orselli.

Riferimenti alla tradizione

Finito questo excursus un po’ polemico, si passa a parlare di Exposong di Isabella e Pablo e da buoni ermeneuti  faremo emergere anche elementi che sono sfuggiti all’autore, in questo caso all’autrice. Scorrendo il testo, si notano agganci e riferimenti alla tradizione milanese, a partire dal verso che recita “Quindicimila prostitute all’Expo in città”, che tra l’altro fa riferimento a una notizia di cronaca: non starebbe bene in una canzone della mala? Mala 2.0, International.  I punti di contatto più forte, quelli per cui stiamo dicendo che il brano di Isabella, palermitana, s’inserisce nell’alveo della canzone milanese sono soprattutto due:  il surrealismo e l’ironia.

Il surrealismo

Il surrealismo carattterizza molti pezzi meneghini. Molti sembrano fatti con la scrittura automatica. Riascoltate La Balilla: queste persone che divorano la macchina non sembrano i personaggi di un film di fantascienza? Ecco, leggete questo passaggio di Exposong “la schiscetta cosmica”. Oppure “Una mattina troveremo il dito medio di Cattelan sporco di nutella”. Visualizzateli.  Non rimandano il primo a un film  di ufo e il secondo a un quadro surreale o dadaista?  E gli stranieri che si tuffano nelle fontane e scambiano l’Arena per il Colosseo, il papa che si macchia con la salsa thai e tutto il testo l’esposizione di un sogno, con la scrittura automatica.  

Jannacci

Ecco, alcuni testi classici milanesi sembrano trascrizioni di sogni, fatti con la scrittura automatica, come la suddetta Balilla, come La Gallina,  Parlare coi limoni, Il cane con i capelli” o Il gruista. Attenzione: non è stato detto che Exposong sia stata scritta così, ma che ha tutte le sembianze di un testo onirico.  Non lo sappiamo neanche dei brani più celebri, ma spesso si usa surrealismo per riferirsi a Jannacci & C. Certo, questo dal punto di vista del significante, della forma.  Come significato, ce n’è spesso uno di critica sociale.

Ironia e riferimenti

L’arma è l’ironia. E sicuramente Exposong è ironica. Probabilmente un’ironia critica, un pungolo a un miglioramento e un monito a non perdersi. Nel complesso Exposong è crudele e sbarazzina, come dev’essere ogni canzonetta milanese, come dice “La Gagarella del Biffi Scala” di Giovanni d’Anzi. Pertanto, sarebbe (stata) più idonea de Le ali del sorriso  come inno dell’Expo.  Certo, non è molto famosa,  un po’ di nicchia, ma tu che stai leggendo un articolo di Rsl e sei arrivato fin qui, non ti reputi un po’ speciale e di nicchia? Sulla musica, non diremo molto. L’incipit ricorda quello de L’aggettivo mitico di De Gregori. Ci sono pezzi solo parlati in stile Offlaga Disco Pax, altri in stile cantautorale, anche della tradizione milanese, in ogni caso molto semplice, il che non guasta.

Massimiliano Priore

Saba Coyle

 

Di sedermi non ne avevo voglia seppur il tram fosse più o meno vuoto, decisi di stare in piedi tenendo la mano ben salda sulla maniglia agganciata all’asse in metallo che corre sopra tutto il vagone. Era un pomeriggio di una nebbia talmente fitta che si vedevano a malapena i contorni illuminati delle teste arancioni dei lampioni, dal finestrino tutto sembrava confondersi in una foresta di fantasmi invernali coperti da cappotti impolverati che nuotavano a rana nell’aria per poi sostare sui vecchi muri umidi della città. Erano circa la sei e già la luce della sera iniziava a disegnare le sue ombre sul manto grigio, il incollato e nervoso sui binari che attraversano Piazza Baiamonti e salgono verso Piazza Bausan, nel punto preciso in mezzo alla piazza due cammini di ferro che in direzioni opposte passano talmente vicini da far quasi sfiorar le carrozze. Ci sono momenti in qui si scopre che c’è qualcuno che sta facendo le nostre stesse scelte, sta vivendo la nostre stesse emozioni avendo però come meta il mondo da cui siamo partiti. C’è forse al mondo una persona che non conosciamo ma che desidera la parte di noi che non abbiamo accettato e da cui un giorno siamo fuggiti per andare alla ricerca di nuove speranze e nuove illusioni. Ecco cosa sono gli incroci, gli incroci di sguardi, gli incroci di pensieri, gli incroci di errori, gli incroci di pellegrinaggi e gli incroci di binari.

Osservavo l’altra carrozza che stava correndo in senso opposto al mio, l’interno delle finestre del tram si potevano vedere benissimo data la distanza. In quel momento il mio pensiero stava viaggiando verso un mondo lontano dalla realtà quando dal vetro appannato scorsi una figura femminile in penombra che mi osservava in silenzio da dietro i sedili del vagone. Cercai di guardarla meglio ma era veramente difficile per la velocità del mezzo e per la goccioline che scendevano lentamente sul vetro, era una donna con un’enorme chioma riccia di capelli, un fisico tondeggiante ed una lunga gonna lunga; quando questa figura mosse la bocca per dirmi qualcosa era già sfuggita nel rumore incalzante delle ruote d’acciaio sui binarie e una striscia arancione che sgretola verso l’altrove. Scesi alla prima fermata per correre lungo via Montello ,seguendo Via Farini verso il ponte della stazione. Eh sì perché lei era sul tram che giungeva da Moscova ed andava in Piazza Bausan ma qualcosa mi faceva pensare che anche lei era appena scesa lì vicino; non so come mai ma mi sentivo incuriosito e trasportato da una forza maggiore che non era né infatuazione né audacia.  Arrivai di corsa in una Via Farini affettata da una nebbia che assomigliava ad un ammasso di quella polvere grigio scura che si trova dopo anni tra le fessure dei mobili, non si vedeva nulla e solo dopo alcuni istanti di sforzo visivo riuscii a riconoscere il campanile della chiesa di S.Antonio che sbucava tra le nuvole di vapore.

Stetti fermo per un po’ davanti ad una fontana con la statua del santo lì davanti, cercando di trovare quella figura misteriosa nel manto fittissimo della maledetta scighera, sentivo che mi chiamava e mi guidava silenziosamente se pur da un punto vicino, oppure lontano… non so, di sicuro indecifrabile. Ad un certo punto fui colpito da un’ombra piccolissima in lontananza che s’inerpicava sopra il ponte che sovrasta la stazione Garibaldi, precisamente appena dopo il silos sulla destra. Ricominciai a correre nel buio opaco dell’incalzante sera d’inverno, sera che spesso cala troppo presto dipingendo i palazzi e gli avvenimenti umani con un pennello galleggiante sull’abisso capovolto della malinconia. Le ero quasi vicino ma lei accelerava il passo, capivo che non era paura perché ogni tanto girava il capo e mi sorrideva in modo invitante. Appena superato il ponte lei stava attraversando l’incrocio dei tram ed a giudicare dalla postura con la quale il suo capo visto da dietro si rivelava concentrato si stava muovendo verso via Valtellina. Appena dopo che un autobus mi passò davanti nel punto un cui c’era il semaforo, la persi di vista ancora una volta in una nebbia che non concedeva spazi vitali ed imprudenti entusiasmi.   (Continua)

Seconda parte

 

ROTTA PER: Gamboloita, la stella del sud

Finire per caso in vie che non ti aspetti a Milano è un’esperienza bellissima. Attendere un autobus che è in ritardo di venti minuti ha i suoi lati positivi perché nel frattempo si possono fare quattro passi nei passaggi tra i vecchi palazzi dietro la fermata e scoprire angoli, colori ed emozioni che mai ci si aspetterebbe da questa città. Tra i balconi e i tetti ci sono composizioni cromatiche e stilistiche che riescono a dare gioia così all’improvviso. Uno dei quartieri in cui si riesce ancora ad avere questa sensazione è senza dubbio Gamboloita, sobborgo nascosto dietro alle altissime facciate di Corso Lodi e per nulla valorizzato dal punto di vista mediatico e turistico; trovando un paragone si potrebbe parlare di una stella un po’ impolverata che brilla di giallo Lombardia a sud della madonnina. Consigliamo per questa passeggiata la musica di Charlie Parker fatta per sorprendere.

  • Usciti dalla fermata della metropolitana gialla Brenta dirigetevi verso il centro città marciando sul lato sinistro di Corso Lodi.

 

  • Ad un certo punto imboccate Via Tagliamento sulla sinistra ed iniziate a masticare il suo marciapiede sinistro fino a fermarvi davanti all’insegna antica Cartoleria Tipografia Bonini, dietro alle vetrine noterete uno spazio che ricorda le antiche biblioteche in legno, oltre alle vetrate in stile Belle Epoque ed alle macchine da tipografo esposte in primo piano. Poco più avanti, dall’altro lato della strada noterete Musikahan, un ristorante internazionale gestito da filippini. Arrivati nella Piazzetta S.Luigi svoltate a sinistra in Via Don Bosco ed incominciate a marciare sul lato sinistro della lunga via.

  • Via Don Bosco è molto particolare e rappresenta l’anima viva del quartiere, percorretela senza farvi sfuggire assolutamnte alcun particolare come ad esempio il Golden-Drink e Restaurant, un piccolo bar che racchiude in sè un mondo fantastico e di inusuale bellezza. Al suo interno ci sono statue classiche dipinte in argento le cui teste fungono da lampade, sulle pareti sono state dipinte scene di vita ottocentesca da un pennello di oggi e non molto esperto. Proseguendo sulla sinistra della via, all’altezza del n.31, vi troverete davanti due foto vecchie di partigiani con le due dediche incise sul marmo, una di queste è quella a Zanta. Arrivati all’incrocio con Via Brenta proseguite dritto e questa via cambia nome e diventa Via Bassarione, percorretela sempre sullo stesso marciapiede. Dopo poco noterete sbucare da un balcone un’enorme bandiera del Brasile, sotto c’è l’ingresso del ristorante brasiliano Bem Brasil, poco più avanti non potrete non notare sull’altro lato della strada l’antica ed affascinante casa in giallo Lombardia all’angolo con Via Mincio. A questo punto attraversate la strada e percorrete Via Baldassarre sul lato destro. Dopo alcuni metri di cammino fermatevi ad osservare la vetrina del vecchio negozio di animali Animal House, lo spazio dove sono esposti gli oggetti sembra quasi una stanzetta molto jntima e sul vetro ci sono raffigurati dei teneri cagnolini. Poco più avanti noterete sul lato opposto della via un palazzo con disegni molto liberty attorno alle finestre. Continuate a mordere l’asfalto fino a trovarvi all’angolo con Via Riva di Trento sulla destra. Qui c’è il bellissimo Bar Lisi sulle cui vetrine sono raffigurati bicchieri vintage da aperitivo a all’interno ci sono vecchie foto di Milano, di Dustin Hoffman e dei divi di Hollywood, assolutamente da vedere!! Fate la vietta fino all’incrocio e superatelo stando sempre sulla destra, ad un certo punto arriverete davanti al Primavera Caffè, vi consigliamo di entrare e lasciarvi colpire dal bancone in legno retrò, dalle vecchie foto e dalla sala da ballo, sembra di tornare nelle atmosfere di Jannacci e dei Gufi. Usciti dal bar tornate nel senso opposto all’incrocio con Via Romilli.

  • Masticate il lungo marciapiede sinistro di via Romilli , lasciatevi affascinare dai vecchi palazzi e case di ringhiera intorno a voi. I colori sono molto accesi qui e spiccano pareti bordeaux, gialle e rosa. Dopo un pò dovete fermarvi davanti ad un negozietto sulla vostra sinistra molto particolare. E’ Il Pane di Elisa, panettiere dall’interno tutto di colore rosa e appartenente ad un passato che ormai è mitologico. Proseguite fino Piazza Bonomelli. Percorrete la piazza sul lato sinistro ed immettetevi nella terza via a sinistra: Via Benaco.

  • Percorrete Via Benaco sul marciapiede sinistro per un pò fino a trovarvi davanti all’ingresso di Mgm Officina del Gusto, un’enorme magazzino dove s’impacchettano e si vendono prodotti alimentari genuini. Poco più in là noterete sul muro la vecchia scritta degli anni ’50 Merceria e Confezioni; il negozio è ancora come un tempo ma comunque ben curato. dopo girate a sinistra ed immettetevi in Via Vallarsa, attorno a voi noterete le alte facciate in stile liberty di diverso colore. Dopo alcuni passi svoltate a destra in Via Val Sugana e percorretela sul lato destro, ad un tratto al n.10 noterete un palazzo nuovo particolare perchè ha la facciata di grandi vetrate e ricorda una grande chiesa con in alto un gigante loft a spiovente. Pochi passi più in là fermatevi al n.7, c’è una corte stretta dalle pareti gialle Lombardia il cui interno probabilmente è la tana di un vecchio artigiano. Al termine della viuzza vi troverete in via Brembo e dovrete girare a destra. l’angolo acuto formato dell’incontro tra le due via è abitato dalla Trattoria casalinga Tajoli, un posto molto caratteristico chiaramente animato dai fantasmi della vecchia Milano.

  • Proseguite sul marciapiede destro di Via Brembo fino a trovarvi sulla destra ancora in Via Benaco, percorretela questa volta sul lato sinistro (che prima era il destro!!), ad un certo punto svoltate a sinistra in Via tagliamento. Facendo questo tratto della viuzza che passa dietro alla chiesa di S.Luigi osserverete sicuramente le alte facciate delle case di ringhiera che si prendono a braccetto con i nuovi palazzi in perfetta armonia cromatica e stilistica.

  • Arrivati davanti alla Chiesa e nell’omonima piazza rimanete sul lato sinistro ed entrate in Via Don Bosco e immediatamente vi sembrerà di trovarvi dentro ad un quadro fatto di linee rette, fessure e superfici in tinta gialla accesa. Sul lato destro troverete lo storico A.c.l.i. S.Luigi con giardino interno che sembra un angolo di campagna, con le pareti interne in lagno e con un antico bigliardo al centro della sala. Più in là la strada finisce quasi bloccata da un’enorme casa ringhiera ad angolo acuto.

  • Tornate indietro alla Piazzetta S.Luigi. Arrivati lì girate a sinistra in Via Scrivia, percorretela sulla destra fino a trovarvi di nuovo in Corso Lodi. All’anglo destro con la grande arteria troverete l’ultlimo gioiello, il Bar Girasole con il suo bancone in legno e le pareti in stile modernista coperte da lampade anni ’60.

  • Percorrendo Corso Lodi sul marciapiede destro tornerete alla fermata Brenta qui vi farete cullare scivolando sulla linea gialla fino a casa.

Arlo Skocir